Solitamente scrivo per raccontare un capitolo della mia storia ma, stando a quanto affermato dalla quantistica del bar sport, noi siamo solo parole atte a formare il filo di un comune discorso, pennellate stese su un’unica tela. Oggi una storia ascoltata diventa di carta perché sia mia e in un certo senso da bar sport, anche vostra. Pochissimo è quel che so della mia famiglia. Mio padre ha perduto i genitori troppo giovane e parlarne si equivale per lui a impugnare un coltello dalla parte della lama. Della sua stirpe non so niente. Mio nonno si chiamava Giovanni, sua moglie forse Maria, come una delle figlie e questo da adito a molteplici dubbi riguardo l’esattezza della mia indagine. Dannazione, godo di un così breve passato da non necessitare di un cannocchiale per scorgerne il principio osservandolo dalla fine, dal presente. Sull’altra metà della famiglia, quella materna, pare che il tempo sia trascorso senza lasciare traccia di se, nessuna storia della guerra, nessuna testimonianza della loro infanzia, come se fossero stati derubati di tutto dalla povertà. Una volta in cui mio nonno era uscito da una delle sue degenze ospedaliere volli passare a fargli visita in casa. Fui stupito quando a tavola trovai un anziano agguerrito che poco tardò a raccontare di come mia nonna stesse cercando di ucciderlo con la fame. Sapendo quanto mia nonna fosse una totale disgrazia ai fornelli pensai tra me e me quanto non gli fosse andata poi così male: in una mossa sola aveva trovato il modo di perdere peso, riacquisire parte della salute perduta e al contempo non esser più costretto a nascondersi quelle schifezze di pietanze in tasca al fine di non arrecar dispiacere alla consorte. Tutto questo non valeva per mio nonno, perché, vedete, egli era all’epoca dei fatti, come ancor oggi, uno dei pochi esseri umani viventi, e non, ad adorare le innovazioni culinarie di mia nonna, pertanto la dieta forzata gli si palesava con la violenza di una sanzione capitale con il divieto di sosta come capo d’accusa. Il cibo mi fa male, disse. E io, dopo aver inghiottito un bel “E te credo, con quella tortura medievale che hai nel piatto” risposi a suon di luoghi comuni, perché in una famiglia che si rispetti ci vuole “un anziano” e se nessun altro era disposto ad interpretarne il ruolo qualcuno doveva pur farsi avanti e fui dunque io a vestirne tutti i modi, compreso il dire cose a caso riportando esempi scientificamente al limite dell’improbabilità. Con sicura fermezza sentenziai,
Non è il cibo a farti male, è l’eccessiva quantità. Tutto può trasformarsi in un veleno se assunto in sproporzionata misura, addirittura quello che naturalmente farebbe bene, perfino l’acqua. Tutti sanno quanto bere molta acqua sia salutare per il nostro organismo ma cosa accadrebbe se superassimo le dosi suggerite dalla sete e dal buon senso? Non credo ti farebbe così bene l’acqua se ne bevessi 22 litri per accompagnare quel piatto di spaghetti al brodo di pesce gatto che coraggiosamente ti accingi a mangiare..
Mia nonna, forse sentitasi scalzata dal ruolo di medico, si girò di scatto e brandendo minacciosamente un pericolosissimo mestolo avvelenato rispose in tutto tono avvalorando la mia tesi con il seguente aneddoto.
Una volta, quando eravamo al paese (alludendo alla sua gioventù nella provincia Palermitana) avevamo un cavallo. Venne un giorno in cui si decise di ucciderlo per macellarlo (perché era vecchio, oppure a caso, tipo per vendetta) ma nessuno sapeva come fare, allora uno dei vicini (con tutta probabilità non il più saggio) prese la canna dell’acqua, glie la infilò nel sedere ed aprì il rubinetto finché quel povero equino non stramazzò a terra affogato dall’interno, alluvionato da un fiume di lacrime che neanche il più triste tra gli uomini sarebbe mai stato capace di piangere.
Tutti fummo molto soddisfatti da questa storia e io per primo decisi che sarebbe trascorso ancora molto tempo prima della mia prossima visita nella loro casa. Questo è quel che so delle mie radici familiari materne, la storia di un cavallo ucciso. Arma del delitto? L’annaffiatoio. Assassino? Facile, il giardiniere. Il caso genealogico di questa prima metà della mia genia può considerarsi risolto. Assunto questo dato passerò a raccontarvi un episodio del mio passato di parte paterna. Come anticipato in principio, di mio padre so ancora meno, forse perché non ha mai avuto un cavallo, in compenso ha avuto molte sorelle e un po’ di fratelli, uno dei quali, attualmente residente in Svizzera, una cinquantina di anni fa lasciò la Puglia per recarsi a Zurigo in cerca della fortuna che col tempo pare abbia trovato. Oggi Bruno, questo è il suo nome, dirige un team di go kart che nel corso degli anni si dice sia stato campione nazionale svizzero o così mi è stato fatto credere sin da che io ne abbia memoria. Tempo fa si trovava in Italia per delle ragioni che momentaneamente ignoro e si fermò a portare i propri ossequi a mio padre in un pomeriggio di inverno in cui io medesimo avevo deciso di fare altrettanto. Ci trovavamo adesso tutti e tre seduti sul divano con ben pochi argomenti da condividere. Mio padre dice sessantasei parole l’anno, io non capisco niente di sport e a volte non capisco niente. Ad un certo punto decisi di rompere il silenzio e cogliere l’occasione per soddisfare due dei miei più oscuri dubbi meccanico/esistenziali: il primo riguarda l’esoterica entità dello spinterogeno, l’altro, più che lecito, è Come cavolo può essere che uno parta dalla provincia di Supersano (Le), con tre lire in tasca, e vada a fondare un famoso team di go kart a Oberglatterstrasse (Zu)? Che diamine di storia è questa? Ma è possibile che nella mia famiglia si uccidano i cavalli con la pompa dell’acqua e si vincano i mondiali di go kart? La risposta è si. Decido di relegare lo spinterogeno al mondo dei misteri ancora per un po’ e chiedo a mio zio di raccontarmi come si sia avvicinato al mondo delle corse. Egli mi risponde con la più romantica delle storie della mia famiglia nonché l’unica che io abbia mai potuto ascoltare a tale o tal altro riguardo. Ricordo esattamente il suo esordio,
Erano gli anni 50. Nelle case italiane imperversava lo show televisivo del “lascia o raddoppia”. Io volevo solo correre..
Fatico a comprendere un legame tra i tre argomenti ma come la fisica quantistica del bar ci insegna, gli argomenti non esistono, esiste solo la storia, e così aspettai in compagnia di una delle poche doti di cui posso pregiarmi, ovvero la capacità di pazientare. Continuò,
Non molti potevano permettersi una tv a valvole in casa, per la precisione nessuno in paese aveva una tv, per questo gli adepti del grande schermo dovevano recarsi al cinema se desideravano vedere i colossal e i programmi di intrattenimento a premi. Si trattava di un’opportunità di socializzazione, all’ora, perché il televisore era un punto d’incontro di fronte al quale, ancora, ci s’incantava come i bambini quando si lasciano ingannare da una magia, in bianco e nero. La gente aspettava a gloria il Giovedì sera per andare al cinema, da noi allestito in una stanza del circolo, ed assistere alla fortuna altrui..
..Che, sempre per i principi del bar, era la fortuna di tutti ma non quella di mio zio perché a Bruno la tv non piaceva. A lui piaceva correre, piacevano i motori e non c’era il tempo per vincere il montepremi in gettoni d’oro necessario a scappare dal presente a bordo di una lambretta. La sua passione era viva come la luce colorata di una fiamma nel buio e non la si poteva certo spegnere con la distrazione del bianco e nero. Ogni Giovedì la città si fermava e veniva inghiottita dal tubo catodico mentre il paese era un quadro fatto di strade affollate da nessuno oltre al silenzio, la polvere e Bruno.
Volevo correre ma non potevo permettermi la lambretta, così, ogni settimana che il Dio mandava in terra, quando tutti stavano nel bar io vi passavo davanti, guardingo, che lo sguardo di nessuno potesse afferrarmi, prendevo la vespa di uno degli avventori, puntualmente parcheggiata poco più avanti rispetto all’ingresso del cine e fuggivo prendendo in prestito dalla vita quei quarantacinque minuti di velocità. Correvo via, come un sogno, come un sorriso, come un ricordo, lasciandomi alle spalle solo la polvere e la sigla orchestrale della trasmissione.
A quel punto torna sovrano il silenzio e la mia mente comincia a correre sulla scia di mio zio. Immagino il conduttore invitare il concorrente a prendere posizione, la valletta portare la busta contenente la sorte del candidato vincitore. Prima domanda, Bruno gira già nella terza strada a sinistra, seconda domanda, Bruno corre giù per la discesa di Via Paisiello, terza, quarta, quinta domanda e il vento pettina già da centinaia di metri i capelli polverosi di Bruno nella strada di campagna che un giorno sarà contornata di fabbriche ma dove allora gli occhi di un giovane potevano ancora inseguire il sole e perdersi tra gli ulivi nella terra rossa dell’orizzonte fino a spegnersi nel mare. Corrono le emozioni sulla strada, corre il tempo, tanto da sollevare la polvere e far ondeggiare l’erba nei campi li attorno ma ancor più deve correre Bruno per tornare al bar prima che la sigla scandisca la fine del quiz. Gli alberi, i muretti a secco, la calce bianca delle case, tutto gli corre velocemente incontro fino a quando le immagini rallentano, il motore accenna a un colpo di tosse e comincia a singhiozzare. Mancano pochi minuti, manca il carburante ma la provvidenza vuole che manchino anche poche decine di metri. Bruno mette la vespa in folle e a suon di spinte riesce a raggiungere il bar, proprio nel momento in cui dalla finestra si possono già sentire le ultime parole del presentatore, accompagnato dall’orchestra d’archi e dalle grida di giubilo domestico degli spettatori che salutano lo schermo. Lo zio lascia le due ruote ed entra con l’aria di un maratoneta del deserto in cerca di un bicchiere d’acqua. C’è una grande atmosfera di festa perché pare che il concorrente sia riuscito a vincere una cospicua somma oggi. Bruno, sconvolto e sudato si dirige verso il bancone ed è così che si incontrano due storie, la sua e quella del proprietario della lambretta da poco abbandonata la fuori. Il motociclista guarda mio zio e senza sapere quanto sia vero, per gli stessi principi quantistici da bar, lo abbraccia e dice vittorioso: Oggi siamo stati proprio fortunati!
Ps. solo dopo aver fatto leggere questo racconto a mio padre ebbi modo di scoprire che il nome di mia nonna fosse in realtà Severina.
Pps. anche i miei nonni materni si fanno oggi compagnia in cielo o comunque in una dimensione ultraterrena nella quale continuare ad amarsi l’un l’altra, pace all’anima loro.